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Facciamo chiarezza sulla convivenza come opzione al matrimonio con l’aiuto dell’Avv. Cinzia Capone

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Roma, 19 giu. – Facciamo chiarezza sulla convivenza come opzione al matrimonio con l’aiuto dell’Avv. Cinzia Capone. In questi giorni in cui il Papa ha rilasciato diverse dichiarazioni sulle coppie e gli obblighi morali prima di giungere al “progetto famiglia”, abbiamo pensato di ascoltare il parere di un’autorevole esperta in materia di giurisprudenza: l’Avvocato Cinzia Capone.

 

Avvocato, ci parli della convivenza e di come questo step prematrimoniale si colloca nel contesto normativo. 

Certo e grazie per l’opportunità. Sempre più diffuso è l’accordo scritto con il quale i conviventi di fatto registrati, non coniugati, né uniti civilmente, sia eterosessuali che omosessuali, possono disciplinare gli aspetti patrimoniali relativi alla loro vita in comune. Nonostante la c.d. “legge Cirinnà” (20.05.2016 nr. 76) entrata in vigore il 05 giugno 2016 abbia introdotto il contratto di convivenza e riconosce e regolamenta i conviventi di fatto attraverso questo istituto giuridico garantista della loro vita in comune, mi è capitato di interfacciarmi con clienti che ad oggi ancora non sanno l’esistenza di questa alternativa che nella prassi si sta affiancando in modo sempre più deciso al matrimonio ed alla unione civile.

 

Quindi la società deve riconoscere questa scelta di unione?

Ebbene sì, non si può ignorare la cosiddetta “famiglia di fatto” che conquista sempre più spazi sia come consistenza numerica sia come fenomeno sociale collegato all’evoluzione della struttura familiare del Paese, che sceglie forme “libere” rispetto alla famiglia regolamentata. Con la Legge Cirinnà ai conviventi di fatto viene riconosciuto il diritto reciproco di visita, di assistenza, di accesso alle informazioni personali in caso di malattia, di nominare il partner proprio rappresentante e di continuare a vivere nella casa di residenza dopo l’eventuale decesso del convivente proprietario dell’immobile.

 

Quindi, andando nello specifico, come si realizza questa convivenza? Come si stipula effettivamente un contratto?

Direi che è semplicissimo e si può sottoscrivere presso qualsiasi studio legale. Infatti, il comma 51 della legge 76 del 2016, prevede per questi la forma minima della scrittura autenticata da un avvocato.  Il professionista che abbia stipulato un contratto di convivenza dovrà poi attestarne espressamente la conformità dello stesso all’ordine pubblico ed alle norme imperative, e, successivamente alla stipula, sarà tenuto a trasmettere copia di quanto stipulato al Comune di residenza dei conviventi ai fini della trascrizione all’anagrafe nei registri, entro 10 (dieci) giorni, affinché anche i terzi potranno prenderne conoscenza. Quanto al contenuto, ferma la necessaria indicazione del domicilio di entrambe le parti (rilevante ai fini della notifica del recesso), il contratto può contenere:

  • la regolamentazione pattizia delle modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, calibrata in funzione delle sostanze e della capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascuno;
  • la scelta del regime di comunione legale dei beni, per la cui disciplina la legge rinvia alle norme dettate in materia di matrimonio. L’importanza di questa opzione, che è comunque sempre modificabile con un atto avente la medesima forma del contratto originario, si coglie considerando che a differenza di quanto accade per i soggetti coniugati o uniti civilmente (per i quali, nel silenzio delle parti, il regime patrimoniale applicabile di default è proprio la comunione legale dei beni), i conviventi non acquisiscono un diverso status, ragion per cui l’acquisto e la successiva amministrazione dei beni da parte loro sono soggetti alle regole di diritto comune. Affinché a queste regole si possa derogare occorre appunto una specifica pattuizione. Il cuore del contratto è, quindi, rappresentato dalla scelta del regime patrimoniale: i conviventi possono optare per la comunione legale dei beni, per la separazione legale dei beni o per una comunione convenzionale anche se, ad ogni modo, il regime patrimoniale scelto può sempre essere modificato dalla coppia, in qualsiasi momento. Il regime di comunione dei beni è instaurato solo dietro specifica richiesta dei conviventi. Diversamente, la coppia vive in separazione dei beni.

Per “regolarizzare” i rapporti all’interno di queste cellule familiari anche la discussione in dottrina e l’evoluzione della giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione fanno registrare nuovi spunti di analisi interessanti. Ma andiamo con ordine. I conviventi di fatto hanno la possibilità di disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un apposito “contratto di convivenza”, compiutamente regolato quanto a forma, contenuto ed effetti dalla c.d. “legge Cirinnà” (nr. 76 del 20.5.2016). In pratica il legislatore ha voluto dare una veste giuridica alla cosiddetta “convivenza more uxorio” L’accordo risulta utile tutte le volte in cui i conviventi, maggiorenni dello stesso sesso o di sesso diverso, che siano soltanto tali e dunque legati da una situazione di convivenza stabile, non uniti da alcun vincolo di parentela, di matrimonio, di unione civile o di altro contratto di convivenza, purché motivati da un legame affettivo di coppia e disposti a scambiarsi reciproca assistenza morale e materiale, intendono regolarizzare il loro rapporto di convivenza per accordarsi sui principali aspetti patrimoniali e/o economici dell’organizzazione familiare e della loro vita in comune. In altre parole la contrattazione tra le parti, stando ai dettami del codice civile, può avere esclusivamente una natura patrimoniale, si ispira al principio dell’autonomia contrattuale e deve perseguire gli interessi dei privati nel rispetto della legge, dell’ordine pubblico e del buon costume, ma suo presupposto necessario è la sussistenza tra le due parti di un legame affettivo di coppia e di reciproca assistenza materiale e morale che nasce dalla stabilità del legame tra le parti. Il contenuto del contratto si concentra sostanzialmente nell’indicazione della residenza, nel definire le varie forme di contribuzione alle necessità familiari, suddivise in base alle capacità lavorative di ciascuno e nella definizione del regime patrimoniale dei beni. Preliminarmente la Legge Cirinnà dispone che per sottoscrivere efficacemente un contratto di convivenza, che a pena di nullità deve avere necessariamente la forma scritta, sussistano i seguenti requisiti soggettivi disciplinati dal comma 57 della legge citata: i conviventi devono essere tali, maggiorenni, non interdetti ed uniti stabilmente da legami affettivi e di coppia, nonché di reciproca assistenza morale e materiale, non devono essere coniugati, né uniti civilmente o in un altro contratto di convivenza, non devono, l’un l’altro, essere vincolati da rapporti di parentela, affinità o adozione, matrimonio o precedente unione civile.

 

E invece per interrompere la convivenza? E’ altrettanto semplice?

Si, e le indico perché. Il contratto di convivenza si scioglie nelle ipotesi previste dalla legge, vale a dire per:

  • successivo matrimonio o unione civile dei conviventi tra loro o con terze persone;
  • accordo delle parti formalizzato in un atto avente la medesima forma del contratto originario;
  • recesso unilaterale, sempre redatto nella predetta forma e notificato all’altro convivente;
  • morte di uno dei contraenti;

Anche la risoluzione, al pari di tutte le altre modifiche, deve essere registrata all’anagrafe e viene annotata nel certificato del contratto di convivenza. La dottrina che commenta la Legge Cirinnà inquadra il contratto di convivenza tra i contratti normativi; si tratta, cioè, di un accordo con cui i contraenti fissano delle regole per la redazione di ulteriori contratti. In questo modo attraverso il contratto di convivenza i conviventi possono convenire chi e come tra i due dovrà contribuire a determinate spese per il fabbisogno della famiglia di fatto, i modi e le quantità in cui ciascuno contribuisce alla vita della coppia, la sorte della casa dove si convive e degli altri proventi e beni acquistati insieme o da ciascuno, in caso di scioglimento del rapporto, il versamento del canone di locazione, oppure potranno determinare le modalità attraverso cui risparmiare ed accantonare le somme di danaro per i fabbisogni del nucleo familiare, come pure le modalità attraverso le quali stipulare contratti che abbiano oggetto la convivenza, come la compravendita e così via. In questo modo la convivenza di fatto, attraverso i contratti, riceve tutele analoghe a quelle delle coppie unite in matrimonio. Infatti bisogna tener conto che la convivenza, anche se solida e sorta sotto i migliori auspici, potrebbe cessare; ecco perché è meglio stabilire in anticipo e di comune accordo come dividere i beni comuni in modo da prevenire future futili discussioni o litigi.  In caso di cessazione della convivenza, si stabilisce persino il diritto del convivente di ricevere  dall’altro gli alimenti (non il mantenimento) qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere da solo al proprio sostentamento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile.

Ragion per cui, le parti, con la stipula del contratto di convivenza, potranno già determinare l’ammontare degli alimenti, la loro durata, la parte obbligata al versamento e le modalità di pagamento degli stessi. Altro aspetto importante da tener presente nel momento in cui la relazione finisce è la possibilità o meno della possibile restituzione di eventuali spese sostenute. Ai conviventi è sempre concessa la possibilità di modificare o di eliminare il contratto attraverso un successivo atto stipulato anch’esso per iscritto. Ciascuna parte può recedere in modo unilaterale dal contratto di convivenza.

 

Avvocato ma chi sceglie questa unione che vantaggi ne trae?

Il vantaggio della convivenza rispetto al matrimonio o all’unione civile si estrinseca palesemente nel momento in cui un componente della coppia decida unilateralmente di recedere dal contratto ed interrompere la convivenza. Ai conviventi è data la possibilità di recedere in modo unilaterale dal contratto di convivenza. Dunque, il convivente a cui non vada più bene la convivenza avrà la possibilità di scioglierla con una semplice dichiarazione unilaterale resa al professionista. Quando il convivente che esercita il recesso sia unico titolare della disponibilità della residenza familiare, lo stesso dovrà concedere all’altro convivente un termine di almeno 90 (novanta) giorni per abbandonare l’immobile.  Tuttavia, quando viene messo a confronto con il matrimonio o con l’unione civile tra persone dello stesso sesso, l’istituto della convivenza di fatto disciplinato dalla Legge Cirinnà del 2016, appare penalizzato principalmente sotto l’aspetto del diritto successorio. Per permettere che il proprio convivente succeda, infatti, bisogna redigere testamento e istituirlo erede o legatario. E tali strumenti servono anche per destinare al convivente la casa di comune residenza, altrimenti se nulla viene disposto la casa passa agli eredi del defunto. Il convivente, infatti, non è erede necessario; ciò significa che egli non gode del diritto di entrare nell’asse ereditario del compagno a cui sopravvive, salvo che per espressa disposizione testamentaria di quest’ultimo e, ovviamente, nel limite della quota di legittima.

Si premetta che la stipula di un negozio di questo genere, che è facoltativa, è sempre ammessa per qualunque coppia che abiti sotto lo stesso tetto, indipendentemente dall’aver essa registrato la dichiarazione di convivenza presso il proprio comune di residenza ed è vincolante per le parti, per le quali sorgono precisi obblighi giuridici. Questo significa che se uno dei due dovesse successivamente violare gli impegni assunti l’altro potrà rivolgersi al giudice per ottenere ciò che gli spetta, ivi compreso il risarcimento dei danni provocati da inadempimento. Il vantaggio è che gli impegni assunti nel contratto durano quanto il rapporto di convivenza, che può cessare liberamente in qualunque momento, eccetto il caso degli accordi che abbiano fissato proprio le modalità per definire i rapporti patrimoniali dei conviventi in caso di cessazione della stessa; in tal caso il contratto servirà proprio a disciplinare come dividere i beni comuni e a separare patrimoni che prima erano uniti.

La legge Cirinnà ha previsto una tutela per i conviventi riguardo la casa adibita a residenza familiare garantendo al convivente la possibilità di continuare ad abitarci per 2 (due) anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a (2) due anni, ma mai più di 5 (cinque) anni. Nel caso in cui con il convivente convivano figli minori o disabili questi possono rimanerci per altri 3 (tre) anni.

Nel contratto di convivenza è possibile prevedere persino un trasferimento immobiliare ed in caso di cessazione del contratto per recesso, quanto trasferito rimarrà in capo al coniuge beneficiario di detto trasferimento. Limite vigente per questo genere di contrattazione è rappresentato dall’impossibilità di concludere un accordo per gli aspetti non patrimoniali del rapporto di coppia: ad esempio non trova efficace regolamentazione la gestione del legame con i figli, qualora la relazione more uxorio dovesse concludersi.

 

Ecco, come ci si regola con i figli in caso di convivenza?

Come ben risaputo i figli nati da genitori conviventi sono equiparati a quelli nati da genitori uniti in matrimonio senza distinzione alcuna. Un limite in materia di figli è rappresentato dal diritto all’adozione che non vale generalmente per le coppie conviventi e non sposate, perché nel nostro Paese sono considerate idonee all’adozione solo le coppie sposate e conviventi stabilmente da tre anni. Ciò nonostante le coppie conviventi che vogliono adottare possono farlo solo nei confronti di bambini, orfani di padre o di madre a cui sono unite da vincolo di parentela fino al sesto grado o da rapporto stabile e duraturo preesistente alla perdita dei genitori o nel caso di minore che presenti disabilità. Alternativa all’adozione è l’affidamento prolungato di un minore.

Grazie Avvocato.

Grazie a voi e buon lavoro.

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