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Sabatina Napolitano presenta il romanzo “Origami”: “Mi sento sposata a Roma, ma dopotutto chi non lo è?”

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Roma, 28 apr – Sabatina Napolitano è una scrittrice, poeta e critica dell’89. Il 14 maggio presenterà il suo ultimo romanzo dal titolo “Origami” alla libreria Sinestetica a Montesacro in viale Tirreno 70. Il romanzo è stato presentato al Premio Strega da Renato Besana. Le abbiamo fatto delle domande per conoscerla e presentarsi.

– Che rapporto ha il libro “Origami” con la musica e la tua biografia?

Il libro “Origami” è stato in parte scritto in Toscana, in parte in Calabria e in parte a Napoli e a Roma. Se potessi definire una musica di certo penserei alle musiche di “Origami” contenute nell’album omonimo di Joe Barbieri. Nel disco si trovano testi e accordi estremamente raffinati e dolci, in tutto l’album aleggia un delicato romanticismo. In fondo, anche l’amore di Olga e Gustavo per certi versi è un amore romantico, dalle musiche di Ennio Morricone. In tema di sogni la data della prossima presentazione a Roma è il mio compleanno ed è banalmente una occasione per riflettere sul senso del tempo e degli anni che passano. Se mi è regalata la possibilità di sposarmi ad un altare per questa occasione (come potrebbe essere simbolicamente il Vittoriano anche se l’accostamento è un onore) di certo chiedo di avere sempre voglia di avere un figlio (non artistico, ma fisiologico, fin tanto che posso), di nutrire sempre il desiderio di scrivere e aggiornarmi e amare. Per il mio compleanno imploro la vita di darmi la possibilità di costruire una famiglia e di coincidere anche con la scrittura. Sì chiedo anche una svolta per arrivare a un pubblico vasto ed essere tradotta, per entrare in più librerie e in più parti del mondo.

Imploro festival, possibilità, una visibilità che posso sostenere mediante quello che ho imparato in questi anni e anche per dimostrare al mondo l’italianità. Mi immagino fotografata finalmente a una occasione per me, di prestigio magari con in sottofondo una canzone degli Imagine Dragons. Non disprezzo la musica di autore, penso a maestri come Vecchioni, Tenco, Guccini e Gaber. Roberto Vecchioni è anche un profondo e sensibile scrittore, (non si dimentichi ad esempio “Lezioni di volo e atterraggio” edito Einaudi) ed è un conoscitore delle forme della poesia in musica, che tra l’altro insegna anche all’università.

Roma conserva da anni la strada per i binari della femminilità. Mi sento sposata alla capitale, ma dopotutto chi non lo è? Nei binari romani troviamo la riscoperta delle radici dell’italianità nel mondo, ci sentiamo capiti e amati. A Roma metto quell’anello al dito che nel gioco della realtà ci spinge come ad un incantesimo. Chi di noi per la prima volta a Roma non si sente visitato come da un antico candore? È buffo pensare che nella capitale non ci sentiamo stesi di fronte alla bellezza della storia come dopo un ring. A volte desidero essere proprio Roma, grandiosa, grandiosissima, e stendere tutti con la mia bellezza e sensualità. Sono desideri di tutte le donne.

Sento che “Origami” come un origami di carta è a Roma sulla scrivania di un uomo solo, e mi dispiace molto perché la solitudine è un fatto pratico, non una condizione dell’immaginazione e probabilmente “Origami” è nato proprio per colmare quella solitudine e diventare mia presenza reale. Voglio raccogliere quell’origami senza il pretesto di salvare l’uomo ma di fargli compagnia, sì. Nessuno merita di restare da solo. Ognuno merita di trovare il suo posto in qualcuno. E questo è un compito che posso svolgere dal momento che sono sola senza privilegi ma tentativi di sensatezze.

– A quale autore hai fatto riferimento per Origami?

Tutti i libri di Bevilacqua sono intensi, “Questa specie di amore” del ‘66 (Premio Campiello dello stesso anno) mi ha offerto degli spunti per riflettere sulla natura dell’amore. L’amore di Olga e Gustavo è volutamente romanzato ma in dei punti penetrante. L’amore di Federico e Giovanna è crudo, vivo. La confessione del tradimento di Federico assume il ruolo del pathos perché tutta la narrazione è vissuta dal torpore del sentimento. Federico deve riuscire a dire a Giovanna dei tradimenti e deve farlo perché amare non è assecondare le donne, non è rassicurarle. Amare è oltrepassare quel limite. Il preludio di Bevilacqua affonda in un problema generazionale di coppia che ha investito anche me nello scrivere il romanzo. Tutto quello che ruota intorno ai Miso (moglie-marito) è un prolungamento della loro vita coniugale. Questo perché la vita coniugale così come nel ‘66 non era ritenuta come la vera trasgressione (la fedeltà è la vera trasgressione, ahimé). Paolo Volponi ha scritto di questo romanzo che non è solo banalmente interpretabile secondo una chiave psicologica. Il motivo per il quale Federico finisce per definire i suoi rapporti con la moglie passando per Rita, Isina e altre donne (secondo il topos per cui le altre donne servono in un qualche modo a definire l’immagine “perbene” della moglie) non può solo essere psicologico.

“Avevo capito gli squilibri di un’educazione, avevo capito che il più rischioso di tutti consisteva nel fatto che Giovanna era stata protetta con l’intransigenza di chi intendeva proteggere in realtà il proprio egoismo, per cui la capacità a soffrire le si era atrofizzata; eppure non avevo esitato a servirmi della sua immaturità per non rischiare di perderla… Il più grave errore del mio matrimonio stava nel non aver creato per viltà e calcolo quell’unione che consente – tra un marito e una moglie – lo scambio di ogni prova, anche e soprattutto di quelle negative…”.

Federico scrive il libro come un monologo, un lungo romanzo dove le parole sono necessarie. Tutto è giocato per dare valore alle parole e vincere le barriere dell’incomunicabilità. In parte ho concepito il personaggio di Gustavo come “incapace a sentire le esigenze della moglie” proprio per entrare nella ferita del rapporto coniugale, che è per me un tema interessantissimo alla base della società moderna così come la conosciamo. Più che un romanzo sulla incomunicabilità ho scritto un romanzo su una passione che è vissuta con trasporto e che non ammette terzi se non quelli creati dalla protagonista sempre interni allo spazio psicologico e alla materia umana del romanzo. In tal senso “Origami” è un romanzo sulla fedeltà coniugale. Bevilacqua scrive in prima persona, io ho usato la terza. Il punto è che l’amore coniugale in Origami diventa il pretesto di una salvezza che ha a che fare con un approccio sociale e collettivo, probabilmente questa visione è utopica ma il mio è un romanzo utopico. Anche se ciò che mi rende interessante il primo romanzo di Bevilacqua è la capacità di leggere nella loro totalità i sentimenti del rapporto coniugale.

Federico non vuole un figlio e per tutta la vita si incapriccia nel dare dolore alla moglie, appartenente mosso da una insensatezza, fino a poi convincersi in un secondo momento. Anche in “Origami” tocco la sfera della paternità nel personaggio di Edoardo e della distanza rispetto al padre Gustavo. Gustavo è stato un padre accorto e buono, Edoardo entra in crisi con Piera proprio perché si credeva sterile, e poi finalmente il concepimento della figlia con Ada, diversi anni dopo.

Da Bevilacqua sento la capacità di penetrazione, e di comprensione della vita umana in quanto tale. La lettera di Federico è penetrante ma lo è ogni uomo che confessa i tradimenti, che dice di amare la propria moglie nonostante resti un infedele. Ecco in “Origami” l’infedeltà è veramente toccata solo da Olga. I suoi sono pensieri infedeli probabilmente in risposta al fatto che Gustavo non riesce a penetrare i suoi dolori come l’essere cresciuta orfana, in un rigido clima intellettuale, con un destino prestabilito prima della sua nascita.

– Quanta importanza ha Roma nella tua vita?

Roma riesce sempre a strappare dalla mia vita il veleno e l’ipocrisia, non so come è possibile ma accade. Solitamente quando non mi fermo alla Stazione Termini, arrivo a Tiburtina e prendo un bus da Largo Guido Mazzoni. E mi suona già simpatica la torre di Angiolo Mazzoni che vedo da lontano passando. Le geografie e le architetture mi compenetrano a Roma. Qualsiasi quartiere mi trovo a visitare o vivere. È come se Roma confermasse una autenticità del mio percorso, inserito in una perfetta soluzione tra architettura e progettualità, in senso urbano, e narrativa e poesia in senso allegorico. È chiaro che l’urbanistica sia intessuta come di una magia incontrollata, sono quadrature che possono capitare e che si possono enfatizzare per chi vuole farlo. Quando passeggio per Roma in me vivono le grandi immagini della storia italiana ed europea, io sono in quelle grandi immagini come tutti. Se è vero che a Roma le maniere veramente borghesi non esistono (in questo dissentisco) è d’altra parte che la vera faccia della città consiste nello svelamento delle ipocrisie delle classi borghesi. Una città eterna dall’immenso patrimonio storico, liberata dalle oppressioni della borghesia, è rappresentativa della grandiosità della storia italiana. Non potrei sopportare, ad esempio, l’idea di vedere Roma bombardata. È un sentimento di angoscia e ansia incontrollata, che mi spinge a una paura profonda. E in questo scenario infernale del limite del peggio comprendo quanto Roma sia per me importante, perché le sue istanze simboliche sono ormai sede dell’esperienza del passato della nostra civiltà. Questo sentimento dovrebbe valere per ogni città del mondo e verso ogni capitale. Il passato in Roma assume una formula identitaria solenne ma questo conferma negli italiani una appartenenza alla capitale come insediata da consapevolezze di democrazia e civiltà. Per me tra questi quartieri il passato risulta sì vero ma trasformato, così come l’amore è capace di straordinarie trasformazioni persino del cielo.

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