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Dai no vax alla russofobia, ecco come il linguaggio ‘militarizzato’ ci ha preparati alla guerra

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Roma, 8 mar – La guerra in Ucraina, sebbene il martellante operato mediatico ci convinca del contrario, è appena scoppiata e non sembra finirà molto presto. Nonostante questo lasso di tempo esiguo (se paragonato ad altri conflitti in cui, come partner Nato, siamo stati più o meno coinvolti) siamo già arrivati a censure di corsi universitari su autori russi, musicisti banditi dai teatri da sindaci petalosi perché non hanno ‘abiurato’ Putin, vodka ritirata dai principali distributori, atleti disabili banditi dalle competizioni, cocktail ‘ribattezzati’ e via dicendo. Se questa censura in odor di russofobia vi lascia costernati, è perché questi due anni non hanno avuto impatto sul vostro modo di pensare. Per tutti gli altri, per tutti quelli che hanno creduto e supportato la lotta al ‘no vax’ come nemico del popolo, come sorcio da tenere incatenato in casa, come dissidente che va cercato ‘casa per casa’, è tutto parte di un percorso logico. Il linguaggio si è armato e per coincidenza quasi incredibile, dopo lunghi anni di lotta la virus condotta come una campagna militare, oggi ci ritroviamo effettivamente con una guerra alle porte dell’Europa. Non c’è stato neanche un minuto per riprendere fiato. 

Dai no vax alla russofobia, come il linguaggio ‘militarizzato’ ci ha preparati alla guerra

La lotta al ‘no vax’ e quella al russo (non come sostenitore di Putin, ma proprio in quanto nato in Russia) seguono lo stesso nel metodo. Qui nella nostra parte del mondo perfetta la sola religione è l’autodeterminazione personale a meno che, resta inteso, non va a nuocere alla legge di mercato. Quando infatti la nostra libertà – quella di non vaccinarci o di porci domande su come si si arrivati a questa guerra – crea delle crepe in questa narrazione consumistica, i ‘dissidenti’ vengono puniti ed emarginati esattamente come immaginiamo facciano nei regimi totalitari o come non accetteremmo venisse fatto a una qualsiasi minoranza. Caduta la maschera della democrazia, ci troviamo di fronte ad una dicotomia “bene” e “male” ben chiara. Che viene portata avanti, incredibile a dirsi, con un linguaggio guerresco, aggressivo, come se ci avessero dovuti preparare a ciò che sta avvenendo.

Dal ‘nemico interno’ a quello esterno

Sin ad oggi, ‘grazie’ al Covid, si è demonizzato il “nemico interno”. Sono stati trovati in volti e storie di chi reclamava un proprio diritto (vedi l’esempio Puzzer) i capri espiatori. Ci hanno insegnato a usare parole e metodi molto forti, molto aggressivi, verso ogni pensiero diverso dal  nostro. Il ‘nemico’ no vax sostiene tesi folli, antiscientifiche, tesi che potrebbero intralciare il nostro percorso verso la salvifica guarigione finale, verso il contagio zero? E allora va braccato, va assediato, gli vanno tolte le risorse economiche. Va pubblicamente umiliato, deriso, con la forza di centomila emittenti televisive e gruppi editoriali: non importa quanto sia piccolo o insignificante. La parola d’ordine nella guerra al Covid è stata ‘annientare’. E alla fine il virus è rimasto l’ultimo invitto, mentre tutto il resto ha perso. Le parole hanno perso di significato, di gravità. Almeno per noi: pensate che i russi, o chi oggi viene discriminato sulla base della propria nazionalità, affrontino questi strali con la stessa leggerezza?

Champagne molotov

Inutile quindi dire che siamo arrivati al conflitto in Ucraina coi nervi scoperti e con una pericolosa inclinazione ad atteggiamenti bellicosi. Assistiamo a sfoghi di giornalisti liberal e democratici come Marco Gervasoni che invocano la ‘forza bruta’ nei confronti di Putin. Non è un caso che sia lo stesso intellettuale ad avere un’ossessione quasi malsana nei confronti delle misfatte no vax. David Parenzo, anche lui appartenente alla schiera dei ‘buoni’, scrive su twitter: “Il pacifismo del 900 del “no alla guerra” oggi è più che mai ridicolo e puerile. l’escalation militare di #Putin contro il popolo ucraino rischia di creare una nuova #Srebrenica. La @NATO intervenga prima che sia troppo tardi”. Capite? Il pacifismo tout court è puerile. Si invoca la ‘guerra unica igiene del mondo’. D’altronde lui è lo stesso giornalista che chiedeva ai rider di sputare nel cibo dei no vax. Ricordate Giovanna Botteri? La discussa inviata dalla Cina che venne difesa in ogni dove dal body shaming di Striscia la Notizia? Oggi in diretta sul Tg3 diventa la maestra di un tutorial su come fare le bombe molotov. E lo fa con un sorriso, come se la violenza poi non fosse sempre una cosa orribile, sia quando la si subisce, sia quando si è costretti ad esercitarla. E così anche la legittima lotta dei civili ucraini diventa un argomento da cocktail al Pigneto, un’altra posizione lontana, giusta e ribelle da sostenere con invio di carri armati, missili e bandierine nei profili social al sicuro nelle nostre case, mentre ci lamentiamo dei prezzi di gas e benzina. Nel frattempo, le nevrosi figlie di due anni di spauracchi sanitari spinge il cittadino medio alle corse in farmacia per acquistare lo iodio, la pillola salvifica contro le radiazioni nucleari. Un po’ come è corso a vaccinarsi con cieca fede nella scienza.

I limiti del linguaggio e la catastrofe finale

E’ la conferma che in molti si aspettavano: sotto il vello da pecora del democratico ligio alle regole si nasconde il lupo che vi salterebbe alla giugulare pur di farvele rispettare. Il bombardamento mediatico e nevrotico della lotta al Covid declinata in ‘campagna vaccinale’ che ricorda le campagne di Russia ha avuto tra le sue vittime prima la nostra capacità di comprendere e poi il nostro modo di parlare. Ma il linguaggio crea il nostro mondo, ecco perché questa è una deriva molto pericolosa. «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», scriveva Ludwig Wittgenstein nel Tractatus Logico Philosophicus. Addirittura, secondo Benjamin Whorf, linguista di Yale e grande studioso delle lingue bibliche e di quelle indigene dell’America centrale, le diverse strutture linguistiche influenzano il modo  percepiamo e concettualizziamo la realtà. La lingua ci aiuta ad orientarci nel mondo. Ci aiuta anche ad andare incontro all’altro, ma ultimamente è stata usata e semplificata solo per ammansire o escludere. I Russi non parlano la nostra lingua e probabilmente non hanno neanche la nostra stessa struttura mentale. I nostri standard non si applicano a loro:  chi ha passato la vita a ripetere ossessivamente il mantra costituzionale “l’Italia ripudia la guerra” adesso sembra invochi il disastro. Che il Covid ci abbia, purtroppo, preparati alla catastrofe finale?

Ilaria Paoletti

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