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Le mani della mafia sulla Capitale: Casamonica condannati a 400 anni di carcere

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Casamonica

Roma, 21 set – Quello dei Casamonica è un clan di mafia. Ne sono convinti i giudici del maxi processo che a Roma hanno condannato oltre 40 imputati a pene complessive che superano i 400 anni di carcere. La sentenza arriva nell’aula bunker di Rebibbia, dopo sette ore di camera di consiglio, e chiude il primo grado del procedimento scaturito dall’operazione Gramigna del 2018 e altre successive che scoperchiarono crimini e affari del gruppo.

Per gli avvocati dei Casamonica la sentenza è frutto di “conformismo”

“E’ una decisione che conferma la validità dell’impronta data da Dda e che conferma la serietà del lavoro svolto dalla procura e dalla polizia giudiziaria in questi anni”. E’ il commento a caldo del procuratore aggiunto della Dda di Roma Ilaria Calò. Un entusiasmo che ovviamente non è condiviso dai legali dei Casamonica: “Sentenza sconcertante ma non sorprendente considerando il conformismo colto fin dall’inizio del dibattimento”. Lo ha detto l’avvocato Giosuè Bruno Naso difensore di diversi imputati tra i quali i Giuseppe e Domenico Casamonica. “Non sono sorpreso, affronteremo l’appello”, annuncia. A sconcertare gli imputati, al di là degli anni di carcere inferti, è il riconoscimento dell’associazione mafiosa per 9 dei principali imputati. La sentenza, appare quindi pesante ma più leggera rispetto alle richieste di condanna fatte dalla procura nella requisitoria del 24 maggio quando aveva sollecitato pene per 630 anni di carcere.

I condannati

Condannato a 30 anni Domenico Casamonica, a 20 anni e 6 mesi Giuseppe Casamonica, a 12 anni e 9 mesi Luciano Casamonica, a 25 anni e 9 mesi Salvatore Casamonica, a 23 anni e 8 mesi Pasquale Casamonica e a 19 anni e 4 mesi Massimiliano Casamonica. Per tutti e sei l’accusa chiedeva 30 anni di carcere, con accuse, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso dedita al traffico e allo spaccio di droga, all’estorsione, l’usura, la detenzione illegale di armi e tanto altro. “Una decisione molto importante”, evidenzia il procuratore Calò, che ha coordinato le indagini insieme al procuratore capo Michele Prestipino e ai pm Giovanni Musarò e Stefano Luciani.

Il plauso di Zingaretti ai magistrati: “Sentenza storica”

Una sentenza “storica” e “un segnale importante per i cittadini”, secondo il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, mentre la sindaca Virginia Raggi evidenzia: “A Roma il clima è cambiato”. Le indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati, partono nell’estate del 2015 e documentando “l’esistenza di un’associazione mafiosa autoctona strutturata su più gruppi criminali, prevalentemente a connotazione familiare”, scrivono gli inquirenti. Il gruppo controlla lo spaccio di tutta l’area sud-est della città, ha nella zona di Porta Furba il suo quartier generale e forti legami con altri gruppi di mafia, a cominciare da Ndrangheta e Camorra. Il procedimento si è avvalso di una collaboratrice di giustizia, per anni parte della ‘famiglia’, ex cognata del boss Giuseppe, il cui apporto è stato fondamentale per ricostruire i traffici di droga, le attività di usura ed estorsione, le minacce del clan e i ruoli apicali e secondari al suo interno.

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