Stavate con Monti, state bene con Draghi

by romalife

di Dario Lioi Giace affranta, tradita e sfortunata una storia politica che ha fatto della lotta al capitalismo e alla sua evoluzione finanziaria il metronomo sociale della difesa del popolo e della nazione. Il gergo la chiama da decenni destra sociale. Ai suoi uomini non mancano i gemelli al polsino della camicia, non mancano le buone cravatte, non manca il macchinone tedesco, bevono in beffarda e decadente allegria champagne, sanno decentemente coniugare i verbi, si sono tolti qualche soddisfazione accademica anche a pieni voti. Non sfigurano, insomma, nell’alta società dei radicali chic di sinistra, e non hanno nella moda, ma più ancora nello stile, nulla di meno da invidiare ai presentabili uomini democratici di destra, anzi, sanno al contempo tagliare un salame curato in una cantina, fare strapaesane gare di rutti, bestemmiare mentre portano la statua del santo in processione, andare in giro con un’Ape 50 piena di legna per accendere il camino, usare un dialetto stretto per comunicare con la terra. Il complesso mentale del liberale, quello però gli manca. Gli manca perché sanno che l’identità italiana è altra rispetto a quella atlantica, come a quella mitteleuropea, soprattutto perché nelle loro biblioteche troverete certamente Shakespeare e Schmitt. Sanno che il sistema economico capitalista, anzi, il modo di produzione capitalista (perché conoscono e hanno letto anche Marx) non è una legge implacabile di natura. Conoscono le leggi dell’economia e i suoi lampanti limiti, che solo lo Stato può frenare. Sanno di avere un destino da resistenti, proprio perché da noi, in Italia, tutto ciò che è mondo ha avuto origine, e oggi è proprio quel tutto ad essere messo in discussione dai mostri politici e culturali che spingono come orchi di Mordor alle porte della storia. La storia che non si ferma in un’aula parlamentare, non si ferma negli articoli di una costituzione, non soggiace al moderatismo comatoso e vegetativo di chi vorrebbe suonare le campane a morto per il lieto evento del suo funerale. Il solito scontro tra l’apparire e l’essere, che non vede vie di mezzo e di sintesi, perché il carattere della destra moderata è l’apparire dell’essere, il suo manifestarsi: gli addetti ai lavori la chiamerebbero fenomenologia. Un essere a traino degli altri, senza coraggio e indubbiamente codardo. Il loro non è realismo ma determinismo.

Reale è ciò che è e non può non essere, un immutabile, non ciò che è temporaneamente creato dall’uomo. Diverso il pragmatismo, ma è pragmatico tenere in coma un paziente in salute? Davvero l’Italia, il suo magma vitale incandescente, ha bisogno di spegnersi in un putrido stagno lacustre in cui sguazzano fallimentari modelli politici d’importazione? Nel 95 venivano a insegnarci con Alleanza Nazionale la necessità della presentabilità, il balzo in avanti nel 2000 con la riproposizione dei modelli ottocenteschi cassati dall’irruzione delle masse nella scena politica; nel 2008 venivano a insegnarci con Il Popolo della libertà la necessità dell’inserimento nell’alveo popolare europeo, democristianizzando un patrimonio culturale altro rispetto all’idealtipo scudocrociato; nel 2011 venivano a insegnarci con il sostegno a Mario Monti, e quindi alle consorterie tecnocratiche e finanziarie, la necessità di una presunta presentabilità competente di risma bocconiana e oggi, con Mario Draghi vengono a insegnarci la necessità di una sempre presunta presentabilità gestionale bancaria.

Trent’anni di disastri compiuti in nome del loro verbo non sono bastati a far riflettere sugli errori compiuti in nome dell’inerzia intellettuale, forse più dell’inezia. La realtà si oppone ai loro schemi preconfezionati? Peggio per lei. Nel Prometeo incatenato di Eschilo, il tragediografo greco fa dire che la tecnica è di gran lunga più debole della necessità. Ecco, tenessero stretti alle terga gli unguenti mummificanti dei loro parlamenti impolverati, del loro arlecchino democratico – come lo chiamava Papini – delle formule costituzionali e amministrative. L’economista indiano Amartya Sen amava dire, a proposito della teoria di Vilfredo Pareto, che una costruzione può essere di ottimo paretiano, ma semplicemente schifosa. Il conto arriverà per tutti.

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