“Dopo”, il libro di Alessandro Campi sui cambiamenti post coronavirus| La recensione di Silvano Moffa

by romalife

(di Silvano Moffa) – Stiamo assistendo a un profluvio di libri sulla pandemia da Covid-19. E’ come se il virus, nella sua eccezionale virulenza, abbia favorito uno sforzo di intelligenza collettiva. Una chiamata alle armi delle menti per sondarne gli effetti nei campi più disparati eppure, per molti versi, interconnessi. Come spesso avviene quando l’umanità è chiamata, senza neppure rendersene conto, ad affrontare sfide improvvise ed inedite, i pensieri si affollano in un caleidoscopio di immagini, figure, sensazioni, speculazioni filosofiche, analisi scientifiche, storiche, economiche. Pensieri positivi e negativi si rincorrono. Spesso si accavallano e si confondono. Il rischio che si corre è lo stordimento, lo smarrimento. La perdita di orientamento. In un attimo – ma il virus è durato molto più di un attimo e chissà per quanto tempo ancora ci perseguiterà – il mondo ci crolla addosso, il mondo con le sue certezze e i suoi paradigmi, con la sua omologante spinta, con i suoi unificanti modelli di vita e le sue inafferrabili diseguaglianze. Quel mondo, dopo il Coronavirus, sarà più lo stesso? Come sarà e che cosa ne sarà della nostra vita? Quali e quante rinunce dovremmo imporre ai nostri stessi comportamenti, alle nostre relazioni sociali? E la geopolitica, quel sottile gioco di equilibrio e di competizione tra potenze dominanti, sempre più in balia della Trappola di Tucidide, come cambierà i destini dei popoli e delle nazioni? E le nazioni avranno ancora i caratteri che storicamente ne hanno definito confini, storia, tradizioni, cultura, oppure subiranno cambiamenti così profondi da sconvolgerne la natura originaria? A questi interrogativi se ne possono aggiungere mille altri. Tutti di urgente assillo, dopo aver accettato, con una acquiescenza anch’essa inesplorata da una generazione che della guerra ha sentito raccontare dai nonni, parole d’ordine come “confinamento”, “distanziamento sociale”, divieto di assembramento. Nuove locuzioni di un linguaggio, abusivamente sottratto alla guerra, comunque portatore di restrizioni di diritti e di riduzione di spazio alle libertà singole e collettive.

Insomma, nulla sarà come prima e, se così sarà, come sarà il Dopo? “Dopo” è il titolo di un libro edito da Rubbettino, curato da Alessandro Campi, che ha il pregio di raccogliere le riflessioni e le analisi di uno stuolo di studiosi che “da un decennio si riconosce, a vario titolo e con diversa intensità, nell’esperienza del trimestrale Rivista di Politica.” Si tratta di un lavoro multidisciplinare e illuminante. Un testo che sfugge, come avverte lo stesso Campi, alla tentazione di “sporcarsi le mani” nel senso dell’impegno militante, ma che avverte il bisogno di “provare ad intuire, con gli strumenti intellettuali di cui si dispone, il movimento possibile delle cose: la previsione ragionevole che mai deve scadere nella predizione secondo valori o preferenze soggettive. Non quel che accadrà, ma quel che potrebbe accadere, partendo da ciò che conosciamo per immaginare quel che ancora non sappiamo”.

Lungo questo filo conduttore, il testo si snoda, agile e ammiccante, con i saggi di Damiano Palano, Giulio De Ligio, Sofia Ventura, Stefano Epifani, Lorenzo Castellani, Fabio Martini, Francesco Clementi, Michele Marchi, Riccardo Cavallo, Giuseppe Pennisi, Salvatore Santangelo, Massimiliano Panarari, Luigi De Gregorio, Chiara Moroni, Michele Chiaruzzi, Manlio Graziano, Emidio Diodato, Igor Pellicciari, Paolo Quercia, Valter Caralluzzo, Alia K.Nardini.

Ne vien fuori un quadro di insieme di rara efficacia argomentativa e di indubbio interesse per chi voglia approfondire i temi indotti da una pandemia che ha costretto al lockdown 4 miliardi di persone e procurato centinaia di migliaia di morti in ogni parte del pianeta. Così, nell’analisi dei processi democratici e politici, legati agli effetti pandemici, vengono in emersione le tensioni che le democrazie occidentali si troveranno ad affrontare dopo che la fase più acuta dell’emergenza del Covid-19 sarà transitata. Tensioni che hanno a che vedere con l’eredità di dinamiche di lungo periodo: la vecchia crisi fiscale dello Stato, la crisi di governabilità, il tramonto delle tradizioni politiche novecentesche. Nel mondo che ci attende, verosimilmente, non assisteremo ad una inversione di tendenza, bensì ad una ulteriore accelerazione dei processi che quelle crisi hanno alimentato.

Allo stesso tempo, la pandemia ha disvelato la vulnerabilità della nostra gerarchia dei beni e delle disposizioni che ci sono care. Ci ha messo sotto gli occhi due grandi fatti: l’interdipendenza umana e la morte. Fatti che comportano, in realtà, non una rivelazione finale, ma delle questioni decisive sulle verità durevoli della condizione umana e sull’orientamento generale delle nazioni europee. E se, come osserva Di Ligio, il virus, in un certo senso, ha sospeso, con diversi beni che danno forma alle opere e ai giorni, anche il pensiero politico, è anche vero che prevenirlo era possibile, ma nessuno lo ha fatto. I leader occidentali si sono fatti per lo più trovare impreparati (Sofia Ventura).

Poi ci sono i dubbi e i rischi che accompagnano l’uso degli strumenti e del cassetto degli attrezzi cui si è ricorso per fronteggiare il male e, allo stesso tempo, contemplare attività, studio, lavoro, comunicazione. Quando si ha a che fare con il digitale, la domanda da porsi non è tanto “se esso faccia bene o male, o se la sua applicazione produca effetti positivi o negativi, ma come fare perché l’adozione delle tecnologie digitali possa essere orientata per produrre effetti positivi, ossia sostenibili”. Evitando, per esempio, che si arrivi ad un controllo di massa, annullando ogni forma di privacy e di libertà personale. La scrittrice Shoshama Zuboff, con metafora azzeccata, ha definito quello delle piattaforme “capitalismo di sorveglianza”. Un capitalismo che concentra nelle mani di pochissimi un grande potere, economico e sociale. Il potere di indirizzare le scelte di milioni di persone.

Rischio tanto più sentito se si riflette, come fanno molti degli autori in questo bel libro, sulle politiche adottate dai governi in questi mesi. Siamo entrati, o forse tornati, in una dimensione maggiormente hobbesiana dell’esistenza politica, in cui lo Stato è chiamato a proteggere la vita e a disporre delle libertà dei cittadini in modo ben più invasivo rispetto alla normalità a cui le democrazie liberali degli ultimi settant’anni erano abituate. Ciò avviene anche sul terreno socio-economico, dove l’intervento pubblico riacquista spessore e presenza. Interessanti sono le analisi e gli spunti che sottendono alla critica verso un modello di Comunità europea che, così come è stata concepita, ha dimostrato di non essere in grado di affrontare le crisi sistemiche. Mentre intrigano e catturano il lettore le descrizioni degli scenari che potrebbero emergere da un ritorno all’industrializzazione del continente, dopo le delocalizzazioni verso i paesi asiatici e la Cina, oppure dall’affermarsi di quella che potremmo definire una globalizzazione soft, oppure di un nuovo modello di economia sociale di mercato, dove il mondo del lavoro sia saldamente ancorato al sistema sociale. Il tutto condito da un nuovo protagonismo dello Stato.

Si respira nel libro una asserita consapevolezza dei limiti e dei difetti sistemici che hanno scandito i modelli economici, sociali, culturali imposti dal turbocapitalismo e da una globalizzazione asfissiante, e , nello stesso tempo, non si lasciano inesplorati il desiderio e la passione di cercare una via di fuga. Una narrazione che riempia il “vuoto di futuro”, in cui ci riduce l’angoscia e la paura.

 

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