Da Lino Banfi a Paola Cortellesi fino a Leonardo Bocci: le poesie di Roma al tempo del Covid-19

by Martina Grillotti

(Ma.Gri.) La Fase2 è iniziata nella Capitale nella giornata di ieri: autobus pieni (Leggi), file interminabili per entrare nelle metropolitane, parcheggi “creativi” in doppia fila (Leggi) e gente a passeggio in centro. Le serrande dei negozi sono tornate a rialzarsi e insieme hanno riaperto bar, ristoranti, centri estetici e parrucchieri. Roma riparte, impaurita certo, come il resto d’Italia, ma più forte, cambiata e con il viso coperto da un oggetto che è diventato parte di ciascuno di noi: la mascherina.

Il lockdown ha cambiato la popolazione intera, e se è vero che si capisce l’importanza di qualcosa, o di qualcuno, solo quando lo si perde, quello che il Coronavirus ha lasciato è il potere di sentire mancanze, di riscoprire l’importanza di un abbraccio non dato, di un momento mancato, di un treno perso.

Nelle settimane passate a casa sono in tanti coloro che si sono cimentati nel cercare di spiegare cosa questo virus significasse: da Lino Banfi, il nonno d’Italia meglio conosciuto come nonno Libero, a Paola Cortellesi, che del suo romanesco ha sempre fatto un vanto, fino al ben più giovane, e ad alcuni meno noto, Leonardo Bocci, che sul web ha sempre dichiarato vero e fiero amore alla sua Roma.

Il testo di Banfi, che lui stesso ha dichiarato essere un omaggio a Totò, recita: “Puoi esser bello, alto, giovane e miliardario, puoi esser senza tetto, abbandonato e solitario, questo perfido mostro distruttore di polmoni non guarda in faccia all’età di quasi tre generazioni. Poi è diverso da ogni altro virus assassino, ti fa morire da solo senza nessuno vicino. Ma nella sua cattiveria qualcosa ci avrà insegnato: a non dare sempre tutto, o quasi tutto, per scontato”. Insomma una descrizione del virus, quella di Banfi, molto dettagliata ma anche una descrizione di quello che ciascuno di noi ha provato rimanendo all’interno delle proprie quattro mura.

La poesia di Paola Cortellesi ha invece un tono diverso, quasi fosse una vera e propria lettera a Dio ma è anche un monito all’azione degli uomini sulla terra, gli uomini che la sfruttano e che hanno cavato sempre, a loro piacimento, il più possibile dal pianeta, si intitola, non a caso Lettera al Padreterno: “C’affanniamo come pazzi a fa le guerre, arma’ li razzi. Bombardamo co li droni li cattivi contro i boni. S’adunamo poi a milioni pe fa le rivoluzioni. Controllamo da remoto i satelliti e le foto de tempeste, de uragani, de cicloni e tsunami lo capisci padrete’ che co ste opere imponenti, ste invenzioni divertenti c’era parso de sape’ molte cose più de te”. Ha poi sottolineato la piccolezza dell’essere umano stesso: “Ce tenevo che sapessi che sta manica de fessi senza un filo d’umiltà, che tu chiami umanità, ha capito la lezione sotto i colpi der bastone”. E infine proprio come una preghiera la Cortellesi chiede quasi scusa a nome di tutti, implorando pietà: “Se ci aiuti, vinceremo sta battaglia eccezionale contro un virus, che è letale. M’emoziono adesso e tremo che quest’essere mortale a cui il male ha messo un freno po’ fa cose straordinarie, si capisce che è terreno”.

Infine a raccontare spezzoni di vita quotidiana, rivissuta solo nell’immaginario, è Leonardo Bocci, un giovane Youtuber che è ormai conosciuto dai più per essere colui che fa sempre di tutto uno scherzo. Bocci questa volta però non regala tanto una risata quanto un velo di malinconia, quella che fa ricordare Roma, lì fuori dalla porta di casa, come lontana: “Me manca gira’ tutta roma ‘n macchina co qualcuno al fianco che me sfiora la mano mentre ce l’ho sul cambio. Me manca er panino dallo zozzo quanno tornavamo ubriachi er sabato sera e pregavamo qualcuno che c’ascoltava lassù: ‘Questa è l’ultima volta giuro non lo faccio più’. Me manca cerca parcheggio due ore per strada ‘eccolo là’ – ‘ma che non lo vedi che ce sta ‘na smart’,‘nnamo più avanti, famose ‘n altro giro’. Quella era a giostra più bella sulla quale so mai salito”.

Bocci conclude lasciando aperta una speranza, quella che nella giornata di domenica tutti abbiamo avuto nella testa: “tutto questo sarà ‘n sacco più bello domani!”.

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